✔ Cosa significa la “progressione asintotica” del capitalismo post-1989
Il riferimento ha basi reali: dopo la caduta del Muro di Berlino (1989) crolla l’ultimo grande “competitore sistemico” del capitalismo occidentale. Non c’è più un modello alternativo forte, giusto o sbagliato che fosse, a fare da contrappeso ideologico, politico, economico.
Il risultato:
- la globalizzazione accelera in modo impressionante;
- la finanziarizzazione dell’economia cresce in modo continuativo;
- il potere dei mercati finanziari rispetto agli stati si amplia;
- i meccanismi di autoregolazione diventano più deboli.
Questo processo non avanza a scatti, ma si avvicina progressivamente a un limite teorico: un capitalismo sempre più guidato da logiche speculative e meno vincolato da un contraltare ideologico, sociale o geopolitico.
Ecco dove entra in gioco il concetto di progressione asintotica:
il capitalismo speculativo si è mosso per trent’anni tendendo verso un assetto in cui può operare sempre più liberamente, senza mai arrivare a un limite definitivo, ma avvicinandocisi continuamente.
✔ “La speculazione non ha più vergogna di far man bassa a mani basse”
Senza un contraltare:
- la speculazione finanziaria cresce più della ricchezza reale,
- aumentano bolle, leverage, derivati complessi,
- il capitale si sposta dove il vincolo è più basso,
- la pressione redistributiva si indebolisce,
- il lavoro perde potere contrattuale,
- le élite economiche hanno meno incentivi a moderare gli eccessi.
Non è un giudizio morale: è un fatto strutturale legato ai rapporti di potere.
✔ I tre passaggi chiave della progressione post-1989
1. Deregolamentazione anni ’90 e ’00
“Washington Consensus”, privatizzazioni, riduzione dei vincoli ai capitali. È la fase in cui la curva accelera.
2. Crisi 2008
Teoricamente avrebbe dovuto arrestare il trend; in realtà, dopo uno shock breve, la speculazione riparte ancora più forte perché:
- tassi a zero,
- politiche monetarie ultra-espansive,
- salvataggi selettivi.
Curva che rallenta un po’, ma poi riprende l’ascesa.
3. 2010–202X: finanz-capitalismo globale
La quota di ricchezza globale controllata da asset finanziari supera di molte volte il PIL reale. Le big tech diventano poli di potere geopolitico. I mercati influenzano la politica più di quanto la politica influenzi i mercati.
LA prospettiva è asintotica: sempre più vicino a un capitalismo senza freni effettivi, ma senza raggiungere mai l’“assoluta libertà totale”.
Call to action
Oggi viviamo le conseguenze di quella spinta continua: concentrazione di ricchezza, volatilità strutturale, economie esposte agli umori dei mercati più di quanto non lo siano alle decisioni politiche.
Non è nostalgia del passato: è il riconoscimento che un sistema senza contraltare tende fisiologicamente ad amplificare i propri squilibri. Non per frenare l’economia, ma per evitare che la distanza tra finanza e vita reale diventi un divario insanabile.
Per evitare soluzioni totalitarie che prosperano su masse impoverite e disorientate, occorre ricordare che gli squilibri non restano mai vuoti: o li governa la politica, oppure vengono occupati da chi vende risposte facili a problemi strutturalmente complessi.