Pensioni, debito e lavoro: nel 2035 potremo ancora permetterci di vivere come oggi?

Italia e Stati Uniti davanti allo stesso problema, ma da posizioni molto diverse. E l’Intelligenza Artificiale potrebbe cambiare non soltanto il lavoro, ma il modo stesso con cui finanziamo pensioni, sanità e protezione sociale.

Pensioni, debito e lavoro: nel 2035 potremo ancora permetterci di vivere come oggi?

Quando si parla di pensioni, il dibattito finisce quasi sempre nello stesso modo: età pensionabile, contributi, pensione anticipata, assegno futuro.

Credo che il problema sia diventato più grande.

La domanda che mi sono posto è questa: fra dieci anni riusciremo ancora a finanziare pensioni, sanità, assistenza e tutele sociali più o meno come facciamo oggi?

Non sto sostenendo che nel 2035 finiranno le pensioni. Sarebbe una previsione tanto efficace per raccogliere qualche clic quanto poco seria.

Sto cercando invece di mettere insieme alcuni fenomeni che normalmente discutiamo separatamente: debito pubblico, invecchiamento della popolazione, riduzione della forza lavoro, pensioni e Intelligenza Artificiale.

Presi singolarmente sono problemi gestibili. La domanda interessante è cosa accade quando iniziano a sommarsi.

E ho provato a farlo confrontando Italia e Stati Uniti

Partiamo dal debito: l'Italia è messa peggio, ma non così semplicemente

La Commissione europea prevede per l’Italia un debito pubblico pari al 138,5% del PIL nel 2026, destinato a salire al 139,2% nel 2027. Il deficit dovrebbe invece attestarsi al 2,9% del PIL in entrambi gli anni. La crescita prevista è appena dello 0,5% nel 2026 e dello 0,6% nel 2027.

Numeri tutt’altro che rassicuranti.

Ma sarebbe sbagliato concludere: l’Italia è indebitata, gli Stati Uniti no.

Il Fondo Monetario Internazionale stima infatti che il debito delle amministrazioni pubbliche americane, già pari al 123,9% del PIL nel 2025, possa superare il 140% nel 2031. E prevede deficit pubblici nell’ordine del 7-7,5% del PIL nei prossimi anni.

Gli Stati Uniti, insomma, partono meglio ma stanno correndo nella direzione sbagliata molto più velocemente.

Bisogna peraltro fare attenzione ai confronti: il Congressional Budget Office considera prevalentemente il debito federale detenuto dal pubblico, mentre FMI e Commissione europea utilizzano aggregati di finanza pubblica differenti. Per questo non è corretto mettere meccanicamente tutte queste percentuali nella stessa colonna e confrontarle come se fossero identiche.

Il dato importante è la traiettoria.

Il conto degli interessi

Negli Stati Uniti c’è un numero che trovo particolarmente significativo.

Il Congressional Budget Office prevede che la spesa federale netta per interessi passi da circa 1.000 miliardi di dollari nel 2026 a 2.100 miliardi nel 2036.

In rapporto al PIL significa passare dal 3,3% al 4,6%. Nel 2036 gli interessi arriverebbero quasi a eguagliare l’intera spesa federale discrezionale.

È denaro che non costruisce un ospedale, non paga una pensione, non finanzia una scuola e non realizza un’infrastruttura. Serve a pagare il costo del debito già accumulato.

E qui comincia il problema comune alle due economie: ogni euro o dollaro assorbito dagli interessi riduce lo spazio disponibile per tutto il resto.

Poi ci sono le pensioni

Ed è qui che Italia e Stati Uniti diventano molto diversi.

L’OCSE indica per l’Italia una spesa pensionistica pubblica di circa il 16% del PIL, fra le più elevate dell’intera area OCSE. Almeno un quarto di questa spesa non è finanziato direttamente dai contributi pensionistici.

Le proiezioni OCSE vedono inoltre la spesa pensionistica italiana salire dal 16,1% del PIL del 2025 al 17,2% intorno al 2035, prima di iniziare progressivamente a scendere con il completamento della transizione verso il sistema contributivo.

Il sistema americano ha caratteristiche differenti e un peso pubblico inferiore, anche perché la previdenza privata svolge un ruolo enormemente maggiore: negli Stati Uniti circa metà della spesa pensionistica complessiva deriva da pensioni private, mentre in Italia questa componente è marginale.

Ma neppure la Social Security americana naviga in acque tranquille.

Il rapporto 2026 dei Trustees prevede che il fondo OASI, destinato alle pensioni di vecchiaia e ai superstiti, esaurisca le proprie riserve nel quarto trimestre 2032. Senza interventi legislativi, le entrate correnti sarebbero allora sufficienti a finanziare circa il 78% delle prestazioni programmate. Considerando congiuntamente OASI e Disability Insurance, l’orizzonte arriva al 2034, con risorse sufficienti per circa l’83% delle prestazioni.

Questo non significa che nel 2032 gli americani smetteranno di ricevere la pensione.

Significa che anche un’economia molto più dinamica della nostra deve affrontare un problema che conosciamo bene: le promesse fatte diventano progressivamente più costose da mantenere.

Ma l'Italia ha un problema in più: siamo sempre meno

Qui, a mio avviso, si trova il vero punto debole italiano.

Secondo l’OCSE, tra il 2023 e il 2060 la popolazione italiana in età lavorativa potrebbe diminuire del 34%.

Il rapporto tra anziani e popolazione in età lavorativa passerebbe da circa un anziano ogni 2,4 persone in età lavorativa a uno ogni 1,3.

È difficile immaginare che un cambiamento di queste dimensioni non abbia conseguenze.

Il nostro sistema pensionistico è sostanzialmente a ripartizione: i contributi di chi lavora oggi finanziano in larga misura le pensioni di chi è già in pensione.

Quindi il problema può essere riassunto brutalmente:

meno lavoratori → meno contributi → più pensionati da sostenere.

Ma proprio a questo punto entra in scena una variabile nuova.

L'Intelligenza Artificiale

Sull’AI credo sia necessario evitare due tifoserie che vedo continuamente contrapporsi.

Da una parte c’è chi sostiene che sostituirà quasi tutti.

Dall’altra chi ripete che ogni rivoluzione tecnologica ha sempre creato più lavoro di quello che ha distrutto e quindi accadrà necessariamente anche questa volta.

Non lo sappiamo.

E chi sostiene oggi di sapere esattamente quanti posti di lavoro spariranno entro il 2030 o il 2035 sta trasformando uno scenario in una previsione.

Il Fondo Monetario Internazionale stima che nelle economie avanzate circa il 60% dei posti di lavoro sarà interessato dall’AI. Ma “interessato” non significa “eliminato”: comprende lavori sostituiti, trasformati e soprattutto potenziati dalla tecnologia.

L’International Labour Organization arriva a conclusioni analoghe. Circa un lavoratore su quattro nel mondo svolge una professione con qualche grado di esposizione alla GenAI, ma la conclusione più probabile, allo stato delle conoscenze, è trasformazione del lavoro più che eliminazione completa dei posti di lavoro.

La stessa ILO nel 2026 ha richiamato esplicitamente alla prudenza: gli indicatori di esposizione all’AI non devono essere interpretati come previsioni di perdita di posti di lavoro.

Ed è esattamente da questa incertezza che partirei.

Tre scenari, molto diversi fra loro

1. L'AI ci rende più produttivi senza distruggere occupazione

È lo scenario migliore.

Le imprese producono di più, i lavoratori producono più valore per ora lavorata, crescono salari e profitti e aumenta il PIL.

A quel punto aumenta anche la base imponibile.

Più crescita significa maggiori entrate fiscali e un rapporto debito/PIL più sostenibile. Anche pensioni e servizi pubblici diventano relativamente più facili da finanziare.

In questo scenario gli Stati Uniti sembrano avere un vantaggio considerevole: capitale, università, venture capital, hyperscaler e buona parte delle aziende che stanno sviluppando direttamente questa tecnologia.

L’Italia può beneficiarne enormemente, ma c’è una differenza fra utilizzare tecnologia prodotta da altri e possedere una parte del valore economico che quella tecnologia genera.

2. L'AI sostituisce temporaneamente una parte importante del lavoro

Il secondo scenario è più complicato.

Supponiamo che la trasformazione sia molto rapida e che per alcuni anni il mercato del lavoro non riesca ad assorbire abbastanza velocemente le persone sostituite.

Avremmo contemporaneamente:

  • meno occupati e quindi meno contributi previdenziali;
  • meno redditi da lavoro e quindi minori entrate fiscali;
  • maggior ricorso ad ammortizzatori sociali;
  • minori consumi e quindi minori entrate derivanti dalle imposte sui consumi.

Non aumenterebbe soltanto la spesa: diminuirebbero contemporaneamente alcune entrate.

Abbiamo già osservato questo meccanismo durante le recessioni. Il CBO calcola, per esempio, che nel 2020 i soli stabilizzatori automatici abbiano aumentato il deficit federale americano di circa l’1,6% del PIL potenziale, senza comprendere integralmente gli interventi straordinari decisi dal Congresso.

Naturalmente una transizione provocata dall’AI non sarebbe necessariamente paragonabile alla crisi Covid. Il dato serve soltanto a mostrare quanto rapidamente una forte contrazione dell’occupazione possa riflettersi sui conti pubblici.

3. L'AI riduce strutturalmente la quantità di lavoro necessaria

Questo è lo scenario che trovo più interessante.Non perché sia certamente quello che si realizzerà, ma perché mette alla prova il nostro modello economico.

Facciamo un esperimento mentale.

Nel 2035 le aziende, grazie ad AI, software e robotica, riescono a produrre molto più di oggi utilizzando significativamente meno lavoro umano.

Il PIL potrebbe persino aumentare.La società sarebbe quindi più produttiva e complessivamente più riccaEppure lo Stato potrebbe incontrare maggiori difficoltà a finanziare pensioni e protezione sociale.

Sembra una contraddizione. Non lo è.

Abbiamo costruito il sistema sociale tassando soprattutto il lavoro

Pensiamo a un dipendente che costa complessivamente all’impresa 50.000 euro l’anno.

Da quel lavoro derivano direttamente o indirettamente contributi previdenziali, imposte sul reddito e, quando il reddito viene speso, imposte sui consumi.

Ora immaginiamo che una parte di quel lavoro venga sostituita da software.

L’impresa potrebbe produrre la stessa quantità, magari persino di più, con meno personale.

Il valore economico prodotto non necessariamente diminuisce. La base contributiva, invece, potrebbe farlo.

È questo il punto che secondo me merita più attenzione.

Non tanto:

«L’AI ci ruberà il lavoro?»

quanto:

«Se una parte crescente della ricchezza non sarà più prodotta dal lavoro umano, continueremo a poter finanziare pensioni e protezione sociale tassando principalmente il lavoro umano?»

Smart city, ovvero la sfida per le città del futuro

Pubblica ammistrazione dialogo semplice con cittadini,territorio,imprese
Progetti SmarCity

BresciaOggi.it, lunedì 10 settembre 2012
INTERNET, pagina 7

Smart city, ovvero la sfida per le città del futuro

Raimondo Bruschi
servizi-internet.eu

Città più vivibili grazie alla tecnologia. Sono passati cinque anni da quando per la prima volta nella storia la popolazione urbana delle città ha superato quella che abita nelle campagne. Questo traguardo sintetizza le sfide che gli amministratori degli agglomerati urbani dovranno affrontare nel prossimo periodo: progettare servizi e infrastrutture che riescano a gestire razionalmente tutte le necessità dei loro abitanti.

Per fortuna gli amministratori non saranno soli.
È sufficiente un´applicazione gratuita per Smartphone (DecoroUrbano) per segnalare strade dissestate, lampioni bruciati, atti di vandalismo o incuria.
Quanti soldi può risparmiare un Comune raccogliendo in maniera automatica queste segnalazioni?

Soldi risparmiati soprattutto nell´immagine percepita di un´amministrazione: i cittadini non passano più il loro tempo a lamentarsi di ciò che non va, ma contribuiscono a migliorare l’ambiente circostante.

ANCHE BRESCIA si candida a Smart City, città intelligente.
Tra pochi mesi sarà attiva la metropolitana che contribuirà alla mobilità sostenibile. L´economia si sta muovendo in settori come startup e internet che non erano tradizionali nel portafoglio locale, con dei buoni risultati. Anche l´Aib (Ass. Indutriali) sta ponendo l´attenzione ai settori emergenti.

La pubblica amministrazione abbassa il dialogo con i cittadini, lo rende più semplice. Assessori e consiglieri da tempo hanno aperto blog e pagine su social network. Ora anche gli uffici amministrativi stanno seguendo o li seguiranno. I rifiuti, l´ecologia, sono temi complessi che il territorio deve affrontare con capacità inclusiva. Se gli strumenti tecnologici permetteranno di aprire canali di dialogo, sarà anche quello un successo da annoverare nella visione di Smart City.

 

Aziende da azienda, imprenditore adotta startupper

Incontro di giovani Startupper
Incontro di giovani Startupper

Le startup e la crisi potrebbero convogliare ad un matrimonio d’interesse. Tel Aviv, che è più vicina e simile all’Europa rispetto alla Silicon Valley, lo ha dimostrato. Anche solo partendo dall’orgoglio nazionalistico e da un immagine da Pizza e Mandolino come immagine diffusa nel mondo: si può fare.

In questo momento il Paese è pieno di giovani diplomati o neolaureati ricchi di spirito imprenditoriale e di voglia di dimostrare con impegno il valore delle loro idee e del loro poter lavorare. Una generazione con le tasche vuote alla ricerca di facili fortune, come poter esportare o trasferirsi all’estero, simbolo della fuga di cervelli altrimenti destinati a essere materia di contratti strumentalmente sottopagati e temporanei.

Il rischio e’ che si riveli l’ennesimo caso della star momentanea del Grande Fratello, sfruttata per la sua bellezza a suon di popolarità e facili guadagni, che presto sfruttata si sgonfia per tornare a essere un signor nessuno deluso e maggiormente affranto.

Frequentando,  come il sottoscritto, ogni incontro a tema di Startup e Innovazione ci si rende conto di come gira il sistema, come anche si notano facilmente alcune peculiarità e presunzioni di alcuni interventi (che esulano da queste note).

Di cosa c’è bisogno di fronte a queste proposte d’innovazione? É necessario canalizzare gli incentivi e condirli con adeguati suggerimenti normativi, che possono favorire la crescita e lo spazio di nuove aziende. Queste non devono nascere solo come nuove realtà avulse o troppo sognatrici, ma avere la forza di farlo radicandosi nel territorio, ponendo un alternativa alla fuga di cervelli e la ripresa dal basso verso l’alto.

Da una parte c’è l’esperienza, la necessità d’innovarsi, di trovare nuovi sbocchi, di ristrutturare e ringiovanire, di molte delle aziende esistenti. Queste devono poter diventare incubatori (o chiocce) di nuove aziende, il cui motore sia uno o più startupper, per realizzare una ripresa produttiva e crescita anche nel breve. Nel mutuo bisogno e simbiosi tra i due (e piu’ soggetti attori) si nasconde un possibile successo, che tornerebbe utile a tutti tradotto in occupazione e crescita della ripresa.

Trasformare le vecchie aziende in luoghi dove far nascere le nuove permetterebbe di trovare soluzioni ai problemi  determinati dalla crisi (di cui l’innovazione sembra l’unica strada ad aver dato risultati) e risposte  allo sforzo di problematiche emergenti ed evidenti del supportare il mondo delle startup o di giovani intraprendenti senza alcuna esperienza di gestione.

Sicuramente è necessario disegnare un giusto ruolo e inquadramento ad ogni attore, in salsa di opportunita’ vincolanti ma stimolanti: imprenditori e Venture Capital/Business Angel, occupati e disoccupati o cassaintegrati da riattivare, startupper e idee innovative, enti bancari e servizi accessori o indotti.

Ci si riferisce ad un processo di “riconversione per innovazione indotta”, un percorso che in passato ha già dato buoni frutti sotto forma d’investimenti produttivi di macchinari o strutturali e di riqualificazione formativa, da sviluppare in chiave attualizzata e contestualizzata.

L’imprenditore non deve essere per forza illuminato, non è un fatto di cultura l’ostacolo in questo caso, superabile se stimolato o rispondendo concretamente all’esigenza di proteggere la propria creatura, suggerendo strumenti e misure per virare in una nuova direzione, quella della ripresa. Anche il più vecchio e conservatore imprenditore o il più riluttante giovane startupper, capirebbero subito il vantaggio reciproco di questa nuova strada da percorrere insieme. La crisi o la necessità di far continuare a vivere o crescere le proprie idee ed aziende è motivo o presupposto della speranza d’interesse,  leva motivazionale verso nuove mete.

La scuola bottega artigiana in nuova veste, per molti versi ne è una consolidata traccia storica o modello, la cui variante deve essere quella del creare un giovane imprenditore socio o amministratore della nuova azienda a fianco del mentore che lo adotta, non le formule fino ad oggi viste e vissute o sfruttate.

Non occorrono nuove forme contrattuali e civilistiche, ne esistono gia’ che rispondono in modo soddisfacente con precisi istituti a queste forme di progetto o dal punto di vista dello startupper che consentono di evitare il ricorrere a nuove società e forme societarie o al costituirsi di società estere in paesi meno burocratici o di più facili vincoli normativi, per ospitare iniziali nuovi brand o attività che le supportino, nell’avventurarsi verso nuove innovative mete reciprocamente gratificanti. Non occorre distrarre l’ordinaria gestione di un azienda esistente, viceversa l’ospitante ne potrebbe anche trovare evoluzione e crescita, quale sbocco alternativo al proprio obsoleto o incerto futuro.

Il Venture Capital o Business Angel o agenzie nelle pratiche di Finanza Agevolata se non strutture indirettamente Bancarie, che nell’accezione popolare oggi sembrano muoversi come un moderni speculatori o opportunisti finanziari, potrebbero trovare un naturale e propositivo ruolo quale tramite finanziario (in autonomia propria o per l’accesso al credito) nella gestione nella figura d’advisor o curatore delle nuove relazioni, visioni, paradigmi, norme in sorta di coach operativo o mentore, dell’adozione startupper/impresa, che porterebbe beneficio e ruolo anche a nuovi attori.

Si potrebbe azzardare che ne possano beneficiare risorse umane già disponibili o posteggiate, quali le masse disoccupate e dissuase al lavorare, in una chiave di riqualificazione professionale, affiancabili ai lavoratori occupati dell’azienda ospitante, che ne sarebbero anch’essi fiduciati in una prospettiva alternativa. Specialmente nel caso di quelle predestinate a spegnersi, costituendo la fonte di erogazione immediata di un’organizzazione strutturale, che la nuova azienda diversamente dovrebbe creare e sostenere. La sotto utilizzazione strutturale da contrazione di mercato ne è la naturale certa disponibilità e la motivazione di vedersi collocati in nuove prospettive.

Non servono soldi di stato, solo supporto e inviti o guide ed indicazioni normative, che evitino il ripetersi di erogazioni di finanza agevolata strumentale ad altro, per il tramite di soggetti diversamente interessati. Mentre defiscalizzazioni specifiche, che si rapportino ai soli nuovi ricavi o favoriscano nuovi asset all’interno delle azienda ospitante o newco, non sottrarrebbero l’ordinario gettito fiscale e ne sarebbero lo stimolo evidente.

In una buona famiglia quando il lavoro o la prospettiva di un componente diventa una nebulosa variabile, si cerca una via di riposizionamento del coniuge, in una collocazione che veda nel futuro alternative al passato che decresce e si estingue.
Finanziare o sostenere la costruzione di “nuove case” e diverse leve (competenze ed esperienze) richiede un maggiore sforzo e tempo che la società e il substrato di micro e medie aziende esistenti non può subire e sopportare.
E’ sicuramente piu’ redditizio e vicino nel tempo il contribuire a ristrutturare e rinnovare l’esistente, per non rischiare di rimanere con nulla di nuovo, con il rischio di aver azzerato il  consolidato di esperienze e strutture che oggi ancora vivono o spesso sopravvivono ridotto a tenue lumicino.

Uno o piu’ giovani partner adottati da un laboratorio artigiano di falegnameria o un’azienda di servizi, potrebbe con la loro visione, idea, entusiasmo, conoscenza dei nuovi strumenti e senza nuovi iniziali investimenti (o se utili a se stessi e al creare indotto, studiamo come sostenerli) realizzare nuove linee di prodotto (mobiletti per computer) aprendo nuovi canali di vendita ( e.commerce) , di certo trasferendo le conoscenze apprese ma mai messe in pratica, sfruttando la familiarità della competenza digitale di nascita, per promuovere con la visione non prevenuta del mercato o di un nuovo approccio metodologico, chi gia’ esiste. Potrebbero alternativamente, in aziende di servizi, identificare mercati o esigenze realizzando programmi per non vedenti, presentandolo alla prima convention Apple, per conquistare nuovi mercati (vedi Luca Ciaffoni o altri esperienze simili vedi Federico Feroldi) anche di esportazione di competenze (vedasi casi Funabol di Fabrizio Capobianco)  fermo restando la produzione e l’occupazione locale, per esportarne il risultato. Sicuramente analoghi casi si svilupperebbero nel mercato dei bulloni o del tondino, dei tessuti o della formazione.

Perché investire e concentrarsi solo nel nuovo, non curandosi dell’esistente, che tende ad essere asfittico o morire? Come rinnegare la saggezza ed esperienza del nonno o la comodità di vivere in una casa già attrezzata e servita?

E’ necessario cortocircuitare le aziende e le nuove leve in un solidale matrimonio d’innovazione multi settore, fruttifero per nuovi attori di domani e per i presenti in affanno.

Questo vuole essere un spunto, non un tiro a segno di obbiezioni e preconcetti da superare ( sperando che non si celino nella malevolenza da non tutelare interessi diversi), resto in attesa di ogni spunto, segnalazione, casistica su cui applicare la tesi d’adottare uno o più startupper in ogni azienda che ne comprenda la potenziale leva per la ripresa e l’occupazione, cosi da creare nuove aziende da azienda, che possa contribuire anche dove possa sembrare il tentativo di non sostenerne il valore.