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Possiamo indignarci per chi vota AfD. Possiamo considerare inaccettabili molte delle sue posizioni. Ma quando quasi un elettore su due sceglie quel partito, forse la domanda utile non è più soltanto “come fanno a votarli?”, ma “perché lo fanno?”.
Ho letto in questi giorni una riflessione scritta da un amico e condivisa privatamente.
Era volutamente brutale, provocatoria, persino sgradevole in alcuni passaggi.
Ma conteneva una domanda che mi è rimasta in testa.
Il 6 settembre 2026, alle elezioni regionali della Sassonia-Anhalt, Alternative für Deutschland ha ottenuto il 43,8% dei voti.
La CDU si è fermata al 17,2%.
Cinque anni prima AfD aveva ottenuto il 20,8%.
In pratica ha più che raddoppiato i consensi.
Non siamo quindi più davanti a un fenomeno marginale. E diventa sempre più difficile liquidarlo semplicemente come voto di protesta destinato prima o poi a sgonfiarsi.
Allora provo a fare una domanda molto semplice e forse molto scomoda:
che cosa stanno votando davvero quelle persone?
Non basta cercare le contraddizioni
A livello nazionale AfD è guidata, insieme a Tino Chrupalla, da Alice Weidel.
La sua biografia è stata spesso utilizzata per sottolineare alcune apparenti contraddizioni rispetto all’immagine tradizionalista di una parte del suo partito: donna, omosessuale, con una compagna di origine straniera, una lunga esperienza internazionale.
Possiamo discuterne quanto vogliamo.
Ma credo che il punto sia un altro.
All’elettore di AfD queste contraddizioni sembrano interessare molto meno di quanto interessino ai suoi avversari.
E in Sassonia-Anhalt, peraltro, il protagonista della vittoria non è stato Alice Weidel, ma Ulrich Siegmund, candidato del partito alla guida del Land.
Concentrarsi sulle contraddizioni personali dei leader rischia quindi di diventare un modo per evitare la domanda veramente difficile:
perché il loro messaggio funziona?
La spiegazione più facile
Una risposta comoda esiste.
Dire che chi vota AfD è razzista, xenofobo, ignorante, nostalgico o estremista.
Certamente dentro quell’elettorato esistono persone che condividono idee radicali sull’immigrazione, sull’identità nazionale e sulla società.
Negarlo sarebbe ingenuo.
Ma liquidare milioni di persone con un’etichetta produce uno strano risultato.
Permette a chi perde le elezioni di sentirsi moralmente superiore senza capire perché continua a perderle.
E qui, secondo me, sta uno degli errori più grandi della politica contemporanea.
La politica non è soltanto stabilire chi abbia moralmente ragione.
È anche capire perché le persone votino in un determinato modo.
Soprattutto quando votano in un modo che consideriamo sbagliato.
Quando qualcuno pensa di essere diventato “l’ultimo”
Una parte dell’elettorato europeo vive una sensazione precisa: quella di essere stata dimenticata.
Persone che hanno visto ridursi servizi e opportunità.
Persone preoccupate per il lavoro, per il costo della vita, per la pensione, per il futuro dei figli.
Persone che vivono in territori che sentono diventati periferici rispetto ai grandi centri economici e politici.
Persone che ascoltano continuamente discorsi sui diritti e sui bisogni degli altri e hanno la convinzione, giusta o sbagliata, che nessuno parli più dei propri.
Ed ecco comparire una domanda semplicissima:
“E io?”
Io che lavoro da quarant’anni.
Io che faccio fatica ad arrivare alla fine del mese.
Io che vedo mio figlio senza prospettive.
Io che vedo chiudere un servizio pubblico.
Io che non so quale pensione avrò.
Io che ho l’impressione di contare sempre meno.
Possiamo spiegare con dati, statistiche ed economia che l’immigrato non è responsabile di gran parte di questi problemi.
E molto spesso è assolutamente vero.
Ma una persona che si sente abbandonata non sta necessariamente cercando una lezione di macroeconomia.
Sta cercando innanzitutto qualcuno che riconosca la sua paura.
Ed è proprio qui che i movimenti populisti diventano politicamente molto efficaci.
Problemi complessi, risposte semplici
La politica contemporanea deve affrontare questioni enormemente complicate.
Globalizzazione.
Immigrazione.
Deindustrializzazione.
Costo dell’energia.
Invecchiamento della popolazione.
Guerra.
Pensioni.
Trasformazione tecnologica.
Transizione ecologica.
Sono problemi che raramente hanno un’unica causa e quasi mai hanno una soluzione semplice.
Il populismo fa invece un’operazione politicamente formidabile.
Riduce la complessità.
Immigrati.
Bruxelles.
Berlino.
Élite.
Globalisti.
Verdi.
Giornalisti.
Qualcuno diventa responsabile.
La spiegazione può essere incompleta, distorta o addirittura falsa.
Ma possiede due caratteristiche potentissime.
È semplice.
Ed è comprensibile.
Soprattutto trasmette all’elettore un messaggio:
“La tua rabbia è giustificata. Qualcuno ti ha portato via qualcosa.”
Che cosa?
Il lavoro.
La sicurezza.
Il rispetto.
L’identità.
Il potere d’acquisto.
La patria.
La possibilità di decidere.
La sensazione di contare ancora qualcosa.
A volte quelle perdite sono reali.
A volte sono soprattutto percepite.
Molto spesso realtà e percezione finiscono per mescolarsi.
Ma in politica una percezione reale nelle persone produce conseguenze altrettanto reali nelle urne.
Però attenzione: non è soltanto rabbia
Qui arriva, secondo me, il dato più importante.
Sarebbe quasi rassicurante pensare che il 43,8% ottenuto da AfD sia soltanto un gigantesco voto di protesta.
I dati suggeriscono qualcosa di più profondo.
Nel luglio 2026 Infratest dimap domandò agli elettori della Sassonia-Anhalt quale partito ritenessero maggiormente capace di risolvere i principali problemi del Land.
Il 36% indicò AfD.
Soltanto il 16% indicò la CDU.
Cinque anni prima, prima delle elezioni del 2021, appena il 9% attribuiva ad AfD quella capacità.
Questo cambia parecchio l’interpretazione.
Significa che AfD non sta raccogliendo soltanto rabbia.
Una parte crescente degli elettori pensa davvero che possa governare meglio degli altri.
Ed è probabilmente questa la notizia politicamente più importante.
Perché un voto di protesta può tornare indietro quando passa la protesta.
Un voto fondato sulla convinzione è molto più difficile da recuperare.
Anche l’economia conta
Sarebbe un altro errore ridurre tutto all’immigrazione.
Le analisi del voto mostrano un’insoddisfazione molto più ampia.
Costo della vita.
Pensioni.
Insicurezza economica.
Stagnazione.
Costo dell’energia.
Prospettive industriali.
Rapporto tra Germania orientale e occidentale.
La Sassonia-Anhalt ha circa 2,1 milioni di abitanti e dalla riunificazione tedesca ha perso circa un quarto della propria popolazione.
È anche una regione che negli ultimi anni ha recuperato molto terreno economico, ma questo non significa che la percezione collettiva del declino sia scomparsa.
Il dato forse più impressionante rilevato dopo il voto è che l’87% degli elettori della Sassonia-Anhalt si dichiarava insoddisfatto del governo federale.
Quando nove persone su dieci sono scontente, pensare che il problema sia semplicemente la bravura comunicativa dell’estrema destra rischia di essere troppo comodo.
E la politica tradizionale che cosa fa?
Qui comincia il vero problema.
Per anni una parte della politica ha sottovalutato AfD.
Poi ha cominciato a scandalizzarsi per la sua crescita.
Infine qualcuno ha pensato di recuperarne gli elettori copiandone alcune parole d’ordine, soprattutto su immigrazione e sicurezza.
Ma anche questa strategia presenta un problema piuttosto evidente.
Se un elettore vuole l’originale, perché dovrebbe scegliere la copia?
Friedrich Merz è un buon esempio.
Già nel 2019 sosteneva che fosse possibile recuperare almeno la metà degli elettori passati dalla CDU ad AfD.
Negli anni successivi ha dovuto ridimensionare quella previsione.
Oggi il problema gli si presenta davanti con numeri difficili da ignorare.
In Sassonia-Anhalt AfD è arrivata al 43,8%.
La CDU al 17,2%.
Naturalmente sarebbe scorretto attribuire un’elezione regionale a una sola persona o trasformarla automaticamente in un referendum sul cancelliere.
Ma sostenere che non contenga un messaggio nazionale sarebbe altrettanto difficile.
Il disprezzo non convince nessuno
Esiste poi un altro riflesso che trovo politicamente inutile.
Dire agli elettori di AfD che sono stupidi, ignoranti o fascisti.
Possiamo considerare profondamente sbagliate alcune delle loro scelte.
Possiamo contestare duramente le idee che votano.
Ma insultare chi le vota non produce automaticamente una conversione democratica.
Succede spesso l’esatto contrario.
La persona si convince ancora di più che le élite politiche, culturali e mediatiche la disprezzino.
E il disprezzo diventa carburante elettorale.
È una distinzione che credo sia fondamentale:
condannare un’idea non significa dover disprezzare la persona che la sostiene.
Se voglio convincerla a cambiare idea devo prima capire perché quell’idea la convince.
Non significa giustificarla.
Significa fare politica.
E l’estremismo?
Naturalmente esiste un altro enorme tema.
AfD viene comunemente collocata nella destra radicale e al suo interno sono state documentate posizioni e dichiarazioni estremiste.
La stessa questione della classificazione giuridica del partito da parte dei servizi di sicurezza tedeschi è complessa e ancora aperta.
Nel 2025 l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione aveva classificato AfD nel suo complesso come organizzazione estremista di destra.
Nel febbraio 2026 un tribunale di Colonia ha però sospeso cautelarmente quella classificazione, ritenendo non sufficienti, allo stato, gli elementi per attribuirla all’intero partito, pur riconoscendo la presenza di forti sospetti riguardo a comportamenti contrari all’ordine costituzionale.
Quindi bisogna essere precisi.
Ma anche ammettendo la definizione più severa possibile di AfD, la domanda politica rimane intatta:
perché milioni di cittadini la votano comunque?
Possiamo decidere che quelle persone sbagliano.
Ma il giorno dopo continueranno ad avere diritto di voto.
Quindi comprenderne le motivazioni non è un esercizio accademico.
È una necessità democratica.
Forse continuiamo a fare la domanda sbagliata
Le rilevazioni condotte prima delle elezioni indicavano tra i principali problemi percepiti dagli abitanti della Sassonia-Anhalt immigrazione, istruzione ed economia.
Contemporaneamente emergevano una scarsa fiducia nelle istituzioni e un forte pessimismo economico.
Forse bisognerebbe cominciare proprio da qui.
Non chiedendosi soltanto:
“Come facciamo a impedire che votino AfD?”
Ma anche:
“Quali problemi non siamo stati capaci di affrontare prima che AfD riuscisse a trasformarli in consenso?”
Perché quando un partito arriva quasi al 44%, non siamo più davanti a una piccola minoranza rumorosa.
Possiamo contrastarlo.
Possiamo combatterne democraticamente le idee.
Possiamo considerare alcune delle sue proposte sbagliate, pericolose o incompatibili con la società che desideriamo.
Ma non possiamo permetterci di non capire perché quelle proposte funzionino.
Indignarsi è facile.
Capire è molto più difficile.
E cambiare le condizioni che producono quella rabbia è ancora più difficile.
Ma forse la politica dovrebbe ricominciare proprio da lì.
Una domanda, quindi, la lascio aperta
AfD cresce soprattutto perché intercetta rabbia, paura e senso di abbandono oppure perché una parte sempre più ampia degli elettori condivide realmente il suo progetto politico?
Probabilmente la risposta più scomoda è:
entrambe le cose.
Ed è proprio per questo che limitarsi a scandalizzarsi non basterà.
Questo articolo nasce da una riflessione privata di un amico che mi ha spinto ad approfondire il tema e a verificare dati e interpretazioni. Le considerazioni espresse sono personali.
Fonti consultate: risultati delle elezioni regionali della Sassonia-Anhalt 2026; Infratest dimap, Sachsen-AnhaltTREND; ARD/Tagesschau; Reuters; documentazione relativa alla classificazione di AfD da parte del Bundesamt für Verfassungsschutz e al provvedimento del Tribunale amministrativo di Colonia.